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Non era l’8 marzo e un giorno non basta per espandere la memoria
quando 8 giorni fa, a Minab, nel sud dell’Iran, s’è ingrippata la storia.
S’è arrestata su centinaia di corpi per un call for fire impreciso sulle ascisse,
smembrando le membra di 168 studentesse nella loro personale apocalisse.
E i quotidiani citano, presi da ecolalia, un diritto internazionale rinnegato,
s’appellano all’esistenza di norme proclamate da un banditore prezzolato.
Nulla è servito a non far esplodere, tra detriti e schegge, i corpi disarmati
di piccole donne diventate fronte avverso o danni collaterali per finti imputati.
Lo chiamano crimine di guerra, non crimine e basta, e indugiano sulla sua ammissibilità
reclamando il diritto ad indagini trasparenti, senza trasparenza di responsabilità.
E ci raccontano che bisogna essere obiettivi, ammettere l’errore, 168 bambine trucidate
per colpire un obiettivo adiacente, una base delle guardie rivoluzionarie, senza testate.
Ed il nucleo dei fatti svela l’intento: narcotizzare la protesta promettendo l’indennizzo.
La vita ci passa davanti, la vita innocente, e viene etichettata con il cartellino del prezzo.
Ci sono burattinai inamidati, senza escoriazioni, che lucidano a nuovo, di nuovo, file di bare:
trapassi di vite spesate da altre vite, incidenti in corso d’opera in attesa di farsi quotare.